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L’investimento migliore? Servizi per l’infanzia

Difficile trovare in Europa una combinazione peggiore della nostra su bassa fecondità, bassa presenza femminile nel mondo del lavoro, alto rischio di impoverimento dopo il secondo figlio. Se non bastasse, i primi dati sull’impatto della crisi causata dalla pandemia preannunciano un grave peggioramento su tutte queste dimensioni.

Non esiste una bacchetta magica, ma se vogliamo davvero invertire il percorso fuori rotta che da troppo tempo ci caratterizza, il miglior investimento sociale che possiamo oggi fare è sui servizi per la prima infanzia. Si tratta della misura maggiormente in grado di favorire i meccanismi che mettono in relazione sistemica virtuosa l’occupazione delle donne, la condizione economica delle famiglie, la realizzazione dei progetti di vita, lo sviluppo umano delle nuove generazioni, la riduzione delle diseguaglianze sociali e territoriali. I nidi hanno, infatti, una funzione cruciale, oltre che per la conciliazione tra lavoro e famiglia, anche (e ancor più) per lo sviluppo socio-educativo a partire dalla nascita. Se l’assegno unico-universale, approvato alla Camera, assume come destinatario il bambino, indipendentemente dalle caratteristiche dei genitori. Se il congedo di paternità obbligatorio risponde all’esigenza dei figli di poter beneficiare della presenza del padre nei primi giorni di vita. Continua invece a mancare un piano che metta al centro – attraverso servizi di qualità e in grado di raggiungere tutti – il “diritto di ogni bambino” di poter contare su una proposta educativa stimolante e qualificata fin dall’infanzia. Servono però impegni chiari e precisi in questa direzione. Come il riallineare tutte le regioni italiane, entro i prossimi tre anni, al target europeo del 33 percento di copertura della fascia 0-3, assieme alla progressiva riduzione dei costi per le famiglie. Prima tappa di un processo di convergenza – magari anche con la spinta di Next Generation Eu – con le migliori esperienza europee.

L’Italia intrappolata nella crisi demografica, l’emergenza è la natalità

L’Italia si trova intrappolata da lungo tempo in una profonda crisi, più insidiosa di qualsiasi recessione economica o altro tipo di emergenza. Si tratta della crisi demografica. I dati sul bilancio demografico nazionale, appena pubblicati dall’Istat, certificano che nel 2019 le nascite sono precipitate a 420 mila.

La ricostruzione del dopo Covid non potrà ignorare gli under 40

L’Italia sembra finalmente incamminata sulla via di uscita dall’emergenza sanitaria. Il Presidente Conte ha annunciato domenica scorsa tempi e modalità della riapertura. Vedremo ora la preoccupazione per la gravità della crisi progressivamente spostarsi dall’andamento dei decessi a quello dei disoccupati.

Il mondo che verrà

C’è un mondo che ci aspetta dopo Covid-19. Ma più che chiederci cosa ci aspetta, chiediamoci noi come ci aspettiamo (e vogliamo) che sia. L’obiettivo comune non può, infatti, essere solo quello di uscire dall’emergenza, ma di entrare in un nuovo percorso di sviluppo coerente non solo con la protezione di vecchi e nuovi rischi, ma in grado di aprire nuove opportunità. Questo è l’auspicio soprattutto delle nuove generazioni. In un’indagine recente che ho coordinato per l’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo abbiamo sondato come gli under 35 italiani vivono e interpretano questa crisi.

Il sistema si salva con politiche su immigrazione e natalità

Dal punto di vista demografico, ma non solo, possiamo dividere l’intero pianeta in “partes tres”. La prima parte fino alla metà del secolo scorso coincideva con l’intero mondo, ora raccoglie circa metà degli stati, ma è destinata a trovarsi praticamente vuota alla fine di questo secolo. E’ composta dai paesi con una fecondità superiore ai due figli in media per donna.