14/03/2025 | |
EURISPES - 14 Marzo |

Il dialogo avvenuto con Alessandro Rosina, Professore ordinario di Demografia e Statistica sociale Università Cattolica di Milano, nel corso della realizzazione del 2° Rapporto su Scuola e Università dell’Eurispes.
Come valuta la spesa pubblica destinata in Italia all’Istruzione? Per quale ragione la “dissennata” politica dei tagli sembra avere sempre come maggiore bersaglio proprio la scuola da cui dipende il nostro futuro?
Il nostro è un Paese che ha scarsa lungimiranza. Da troppo tempo non sappiamo e non vogliamo investire sulle nuove generazioni. La classe politica italiana, in maniera più accentuata che in altri paesi, tende a limitare lo sguardo in funzione delle scadenze elettorali. Ne consegue che le politiche sono fortemente condizionate da questo atteggiamento. La trascuratezza della scuola è diretta conseguenza di questa miopia. La formazione delle nuove generazioni ha bisogno di investimenti mirati e generosi, in mancanza dei quali il Sistema Paese nel suo complesso diventa fragile. Le conseguenze le possiamo constatare: troppi giovani non riescono a inserirsi nel percorso lavorativo e non riescono nemmeno a raggiungere livelli adeguati di preparazione. Fatto ancora più grave, in molti casi non maturano competenze spendibili, in un Paese, come il nostro, che fatalmente sta invecchiando, fenomeno che aggrava il quadro già critico. La popolazione che presenta un’età media elevata tende a spostare legittimamente l’attenzione del dibattito pubblico, sul tema dei servizi in età avanzata welfare e delle pensioni.
Si crea insomma una sorta di circolo vizioso, dagli esiti nefasti. Come se ne esce?
Difficile uscirne, perché in questa dinamica si perde di vista il focus sulla scuola e si allenta la capacità di investire sul futuro; il Paese non può crescere a queste condizioni. Quando parlo di investimento sulle nuove generazioni mi riferisco alle ricadute che possono avere su questioni molto delicate come le diseguaglianze crescenti, la ricerca e quindi l’innovazione, il diritto allo studio, componenti in assenza delle quali non ci può essere progresso economico e civile. Le possibilità di accesso alla società da parte dei giovani dipendono fortemente dalla concatenazione di tutti questi elementi che ho ricordato, ecco perché serve un cambio culturale per ridare slancio e delle chances reali di ripresa.
Il tema ha a che fare con la formazione delle classi dirigenti. Aspetto sul quale siamo carenti. Qual è il suo giudizio in merito?
Il problema esiste in Europa e non solo in Italia, anche se da noi si manifesta in una forma probabilmente più grave. Dirigere non vuol dire comandare, ma dare una direzione al Paese, che sia lungimirante, capace cioè di vedere cosa servirà nei prossimi dieci, quindici anni non guardando solo all’immediato. Purtroppo queste ragioni emergono solo nei convegni, nella pratica politica riflessioni di questa natura non appassionano molto.
Rivolgendo lo sguardo alle passate riforme dell’Istruzione, qualcuna ha lasciato il segno?
In generale, tutte le riforme hanno avuto degli obiettivi ben mirati che le hanno ispirate. L’autonomia della scuola, per citare quella che forse ha più inciso sull’evoluzione del sistema, presenta aspetti importanti e utili che ne giustificano la ratio. Quello che ci è mancato e che ci manca è la capacità di realizzare in senso pieno il disegno riformista con il risultato che la scuola è diventata un cantiere aperto, che non dà solidità, perdendo quella funzione di orientamento rispetto alla società che cambia, di cui gli studenti hanno assoluto bisogno. Bisogna dare alla scuola strumenti per evolvere nel dialogo e nel confronto con la società. L’autonomia ha introdotto un principio che va bilanciato con la responsabilità, se non vogliamo creare diseguaglianze territoriali. Tanti limiti strutturali non sono però stati superati, proprio perché le riforme rimangono sempre nel guado. Se non si riconnette la scuola al mondo che cambia, non faremo molta strada.