
Nel secolo scorso l’Europa ha imparato una grande lezione. A proprie spese ha verificato che è una follia pensare di formare una popolazione chiusa e “pura” in cui è sterilizzata la presenza dell’altro e sono eliminate le diversità. In questa settimana della memoria è bello e confortante vedere quanti eventi coinvolgenti e culturalmente densi Milano riesce ad organizzare e come alta sia la partecipazione civile. Tener vivo il ricordo però non basta è necessario costruire una “società diversa”. Una società non solo in grado di tollerare la diversità ma di considerarla un valore. Se il secolo passato è stato quello in cui abbiamo imparato a riconoscere i diritti degli altri, a vederli uguali a noi, in questo dovremmo invece imparare a riconoscere che il loro essere diversi da noi è una ricchezza. Diversità e diseguaglianze non devono essere più sinonimi. Ed è anzi vero che il maggior successo nella riduzione delle discriminazioni lo si ottiene quando si considera la diversità stessa un bene comune da valorizzare. Abbiamo bisogno di costruire una società in cui nessuno è autorizzato a sentirsi più uguale degli altri ma nella quale tutti si sentono ugualmente ingaggiati nel reciproco impegno del “comprendersi”, non solo per migliorare conoscenza e convivenza ma anche per contaminarsi con stimoli, idee, diversi punti di vista, e rafforzare così la propria capacità di stare e fare assieme nel mondo.