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Il mondo cambia solo coi giovani. La ripartenza dell’Italia

L’Italia è uno dei Paesi avanzati che meno sono riusciti a intraprendere un solido percorso di crescita, nel senso più inclusivo, nel primo tratto di questo secolo. Non è solo una questione di Pil rimasto su livelli modesti – sia rispetto al passato che nei confronti dei Paesi con cui ci confrontiamo – ma anche di indicatori sociali, demografici e del mercato del lavoro, da tempo inchiodati in coda alle classifiche europee. Non riuscendo ad aggiustare un percorso che la stava portando ostinatamente fuori rotta – con crescente vulnerabilità rispetto a vecchi e nuovi rischi, erosione del senso di fiducia e di visione positiva del futuro – nella prima parte del 2020 il Paese ha deciso di fermarsi. Una sorta di pit stop per cambiare le gomme e reimpostare la strategia di un rientro in corsa più competitivo.

Un nuovo ecosistema del lavoro per non impoverire il Mezzogiorno

Con un post su facebook pubblicato a fine settembre 2019 veniva data dal sindaco di Milano, Giuseppe Sala, la notizia del raggiungimento di quota 1 milione e 400 mila residenti a Milano. Un traguardo raggiunto con l’iscrizione di Andrea, neo cittadino di origini catanesi. Nello scenario pre-pandemia il Sud Italia era l’area che più perdeva giovani, mentre Milano faceva parte di poche città del centro-nord con ventenni e trentenni in crescita grazie alla propria capacità attrattiva. Nel complesso sono stati circa 250 mila i laureati a lasciare il Mezzogiorno nei primi due decenni di questo secolo. Questo impoverimento del capitale umano è allo stesso tempo effetto e causa delle difficoltà e delle contraddizioni dello sviluppo di tale area.

La sfida è attrarre i giovani

L’invecchiamento della popolazione è uno dei processi più caratterizzanti del XXI secolo. Tutto il mondo è in transizione verso una società più matura, con presenza di persone ricche di età molto più abbondante che in passato. Si tratta della conseguenza positiva del vivere sempre più a lungo. Questo processo è però anche accentuato dalla riduzione delle nascite, risulta quindi particolarmente intenso in Europa e ancor più in Paesi, come l’Italia, nei quali la fecondità è scesa molto sotto la soglia di due figli per donna che corrisponde all’equilibrio tra generazioni. Ne deriva una crescita della popolazione anziana non solo in termini assoluti ma anche relativi, in contrapposizione ad un indebolimento della consistenza delle generazioni più giovani.

Il valore negato alle nuove generazioni

Le nuove generazioni sono il modo attraverso cui la società sperimenta il nuovo del mondo che cambia. Se messe nelle condizioni adeguate, sono la componente maggiormente in grado di coniugare le proprie potenzialità con le specificità del territorio in cui vivono e le opportunità delle trasformazioni del proprio tempo. I giovani sono invece i primi a veder scadere le proprie prerogative e a trovarsi maggiormente esposti a vecchi e nuovi rischi quando i cambiamenti vengono subiti anziché anticipati e governati.

Un piano per riportare i giovani al centro del processo di sviluppo

I giovani hanno bisogno di riferimenti solidi, ancor più quando tutto attorno è incerto e muta rapidamente. Purtroppo, invece, tutto quello che li riguarda tende in Italia ad essere carente od occasionale, vale per le politiche pubbliche nei loro confronti ma anche per le informazioni disponibili e la lettura della loro condizione. Di fatto l’unico riferimento stabile è quello della famiglia di origine, che, però, in combinazione con la debolezza di tutto il resto, tende ad accentuare le diseguaglianze sociali. Le nuove generazioni italiani appaiono, così, come un esercito mandato in ordine sparso e strumenti inadeguati a sfidare i grandi cambiamenti del proprio tempo.