Posts By: Alessandro Rosina

L’Italia diventa over 65: una sfida su lavoro e partecipazione sociale

Uno spettro si aggira per l’Europa. Quello della crisi demografica, come confermano le previsioni Eurostat pubblicate in questi giorni. Con Italia precursore di declino e invecchiamento della popolazione.

Eppure queste dinamiche non hanno finora portato a un indebolimento della forza lavoro.  Al contrario, negli ultimi anni il numero degli occupati è cresciuto. Si tratta, però, di una fase temporanea. Nella popolazione in età attiva sono ancora presenti le generazioni nate quando il numero medio di figli per donna era superiore a due. In particolare, la fascia 55–64 anni conta oggi circa 9,3 milioni di persone e presenta un tasso di occupazione superiore al 60%, con valori oltre il 70% tra gli uomini e poco sopra il 50% tra le donne. Risulta, quindi, una componente largamente inserita nei processi produttivi, che costituisce l’attuale colonna portante dell’equilibrio nel mercato del lavoro.

Una generazione in bilico: tra disugaglianze e possibilità

Diventare adulti nel XXI secolo significa crescere in una condizione storica segnata non da una singola crisi, ma da una sequenza di shock ravvicinati. I giovani del primo quarto di secolo si sono formati in un contesto in cui l’incertezza non è stata un’eccezione, bensì una caratteristica strutturale del quadro sociale, economico e politico.

L’equità tra generazioni è la condizione per governare il futuro

Ogni generazione è diversa dalle precedenti. Diversa non significa migliore o peggiore, ma portatrice di sensibilità, competenze e modi di interpretare il mondo che nascono dentro uno specifico contesto storico. Non è lo stesso avere vent’anni negli anni Sessanta, negli anni Novanta o durante la pandemia. Ogni epoca ridefinisce opportunità e vincoli. Ignorare la prospettiva generazionale significa non vedere queste differenze strutturali e leggere il presente con categorie del passato.

Il futuro che non nasce

il futuro che non nasce

Quando Dante Alighieri scrive il famoso incipit della Divina Commedia, «nel mezzo del cammin di nostra vita», ha trentacinque anni. Alla base di tale espressione vi è l’idea che una vita, nel migliore dei casi – ovvero nella condizione ideale di sottrarsi agli elevati rischi di mortalità infantile, giovanile e adulta – potesse durare fino a 70 anni. Per i contemporanei del Sommo Poeta, come per le generazioni precedenti e molte successive, raggiungere tale età era un desiderio che superava le possibilità comuni di realizzazione. Non rappresentava la norma, ma un traguardo raro, spesso raggiunto in condizioni precarie. A un certo punto della storia, tuttavia, questo scenario cambia radicalmente.